Le radici ecologiche del vespaio aerato

Il problema del contatto diretto tra edificio e terreno rappresenta una delle sfide più antiche della storia delle costruzioni. Già nelle epoche preistoriche, la necessità di garantire un piano di calpestio asciutto e isolato dalle infiltrazioni d’acqua imponeva soluzioni costruttive specifiche. Le capanne neolitiche su palafitte di legno rappresentano il primo tentativo documentato di separazione fisica dal suolo, anche se di questi manufatti, realizzati con materiali deperibili, non resta oggi alcuna traccia diretta, se non alcune incisioni rupestri in Val Camonica risalenti a un periodo compreso tra il 5000 e il 10000 a.C.

Dalle palafitte all’ipocausto romano: le prime soluzioni tecniche

Con l’evoluzione delle tecniche costruttive, la pietra sostituì il legno come materiale di base per le fondazioni. Testimonianze di edifici nuragici, etruschi e medievali mostrano l’adozione di basamenti lapidei, una pratica che si è protratta fino a gran parte dell’Ottocento, prima dell’avvento del cemento armato. In epoca romana si registrano due soluzioni distinte per il distacco dal suolo. La prima prevedeva l’interposizione di anfore di terracotta sotto il piano calpestabile, affiancate e immerse in un letto di ghiaietto e pietrisco con funzione drenante. La seconda, più strutturata, consisteva nella realizzazione di un vero e proprio spazio vuoto, con il pavimento sollevato da terra e sostenuto da muretti in pietra o mattoni, le cosiddette suspensurae. Questo sistema, noto come ipocausto, era progettato per la distribuzione del calore prodotto dalla combustione del legname e rappresenta il progenitore del gattaiolato, sebbene in quest’ultimo la funzione di riscaldamento fosse assente.

La codifica normativa del vespaio aerato

In epoca più recente, il distacco del primo piano dal terreno è stato affrontato con due approcci principali: il vespaio drenante, basato su riempimenti di ghiaia e pietrisco, e il gattaiolato, che riprende il principio romano del vuoto sanitario. La prima normativa organica su questo tema risale all’Istituzione Ministeriale del 20 giugno 1896, successivamente aggiornata dal Decreto Ministeriale 5 luglio 1975. Gli articoli 56, 57, 60 e 61 di questo provvedimento stabilivano regole essenziali per la formazione di un volume vuoto sotto il pavimento, con un’altezza minima di 40 centimetri, adeguata ventilazione e impermeabilizzazione delle strutture portanti nei punti di appoggio a terra. Questa normativa, sebbene datata, costituisce ancora oggi il riferimento principale per la definizione del vespaio aerato.

L’innovazione degli anni Novanta: i casseri a perdere in polipropilene

Nonostante l’esistenza di soluzioni più avanzate, il vespaio aerato rimane in Italia la tecnica più diffusa per contrastare l’umidità dal suolo, richiamata dalla maggior parte dei regolamenti edilizi locali e regionali, sebbene con descrizioni eterogenee. L’assenza di una norma tecnica completa e aggiornata ha lasciato spazio all’evoluzione commerciale. Nei primi anni Novanta, l’introduzione dei casseri a perdere ha rivoluzionato la realizzazione del vuoto sanitario. Il sistema brevettato da Daliform Group nel 1993 con il nome “Iglù” utilizza elementi in polipropilene, in parte riciclato, di forma e altezza variabili. Questi moduli, affiancati, costituiscono la base di supporto per il pavimento portante. La presenza di aperture contrapposte sulle pareti laterali garantisce la ventilazione convettiva necessaria a mantenere asciutto il volume d’aria sottostante, a condizione che il dislivello tra ingresso e uscita dell’aria sia correttamente progettato.

Isolamento termico e soluzioni alternative

Con l’evoluzione normativa degli ultimi vent’anni, la richiesta di prestazioni termiche elevate ha imposto l’integrazione di un sistema isolante nel pacchetto di solaio controterra. L’obiettivo è duplice: evitare ponti termici e dispersioni dall’involucro, e mantenere un clima interno adeguato. Il vespaio aerato, tuttavia, non rappresenta l’unica via percorribile. Le tecniche costruttive contemporanee e i materiali sviluppati dal Novecento in poi offrono soluzioni alternative che possono garantire prestazioni paritetiche o migliorative, anche sotto il profilo economico. La scelta tra queste opzioni è demandata al tecnico progettista, che può discostarsi dalle indicazioni normative locali a patto di dimostrare, attraverso una descrizione progettuale dettagliata, la validità del sistema alternativo adottato.

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