La crisi abitativa globale ridefinisce le priorità della pianificazione urbana. Con una domanda di alloggi che, secondo le stime UN-Habitat, raggiungerà 96.000 nuove unità al giorno entro il 2030 e 40 milioni di abitazioni aggiuntive entro il 2050, il confronto tra modelli di sviluppo, resilienza climatica e partecipazione sociale diventa il banco di prova per la professione.
Il World Urban Forum: laboratorio di politiche abitative
La tredicesima edizione del World Urban Forum (WUF), svoltasi a Baku, ha riunito oltre 57.000 partecipanti da 176 paesi. L’appuntamento biennale, istituito dall’UN-Habitat, ha visto al centro del dibattito la dicotomia tra pianificazione formale e insediamenti informali. Non si è trattato di un confronto su come assimilare questi ultimi ai modelli urbanistici consolidati, quanto piuttosto di come riconoscerne l’identità comunitaria, la vitalità degli spazi collettivi e le pratiche di autogestione.
La segretaria dell’INU e il confronto sulle disuguaglianze
Valeria Lingua, segretaria generale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), ha partecipato ai lavori e sottolineato la dimensione planetaria del tema abitativo. L’accessibilità alla casa, ha osservato, rappresenta la questione più trasversale nel panorama urbano contemporaneo. Il Forum ha evidenziato come le risposte locali siano ancora frammentate e spesso scollegate tra loro. Emerge una difficoltà strutturale a integrare gli insediamenti spontanei nei piani regolatori senza snaturarne le dinamiche sociali interne.
Accanto al tema abitativo è emersa la questione climatica. Le proiezioni demografiche indicano che entro il 2050 il 70% della popolazione mondiale vivrà in contesti urbani. Questo dato impone un ripensamento dei sistemi costruttivi e delle strategie di adattamento. Al Forum sono state discusse sia soluzioni nature based sia approcci infrastrutturali più tradizionali. Un esempio concreto arriva dalla Cina e dal modello della “città spugna”, un approccio progettuale che integra drenaggio urbano e resilienza idraulica, mentre l’Italia si concentra più sulla gestione degli eventi meteorici estremi attraverso sistemi di mitigazione puntuali.
Disallineamenti tra pianificazione e consumo di suolo
Un confronto interessante è emerso sulle visioni opposte della nuova edificazione. Se in Europa il dibattito ruota attorno alla rigenerazione del patrimonio edilizio esistente e al contenimento del consumo di suolo, in Paesi come Azerbaigian, Kirghizistan o Uzbekistan sono state presentate proposte che ricordano per scala il boom edilizio italiano del secondo dopoguerra. Questo scollamento evidenzia la difficoltà di trovare un lessico comune sulla sostenibilità urbana in contesti con priorità economiche e sociali divergenti.
Strumenti operativi: il Manifesto per la Pace e la Carta della Partecipazione
INU ha portato a Baku due contributi operativi. Il primo è il Manifesto per Gaza, documento critico verso il trasferimento acritico di modelli urbanistici occidentali in contesti con esigenze culturali e climatiche differenti. Il testo insiste sulla necessità che la ricostruzione nasca da un protagonismo locale, evitando la riproposizione di schemi edilizi esogeni. Il manifesto è stato presentato in collaborazione con ISOCARP e ha ricevuto apprezzamento per il posizionamento politico esplicito.
Il secondo contributo è l’aggiornamento della Carta della Partecipazione pubblica. Rispetto alla versione base UN-Habitat, quella italiana introduce un metodo bottom up consolidato su dieci anni di esperienze applicative. La carta, strutturata per fasi operative e ruoli dei soggetti coinvolti, individua modalità concrete per integrare i cittadini nei processi decisionali della pianificazione urbana. Per Lingua, la ricezione è stata positiva: il carattere pragmatico del documento ne ha favorito la diffusione tra le delegazioni presenti.
La posizione sulla ricostruzione post-bellica e il ruolo della professione
La posizione INU ha acceso il dibattito sul ruolo dell’urbanistica nelle aree di conflitto. Il Manifesto per Gaza, presentato come controproposta ai piani di intervento esterni, ha messo in guardia contro l’imposizione di modelli insediativi standardizzati. L’associazione ha sostenuto che qualsiasi progetto di ricostruzione deve partire dal riconoscimento delle pratiche insediative locali e delle reti sociali preesistenti. Un principio che, secondo la segretaria Lingua, dovrebbe guidare anche le politiche urbane nei contesti non emergenziali.
Numeri della crisi abitativa e scenari futuri
La scala del fabbisogno abitativo globale è stata ribadita con dati che interpellano direttamente la professione. Entro il 2030 saranno necessari 96.000 nuovi alloggi ogni giorno per rispondere alla domanda inespressa. La combinazione tra crescita demografica urbana e vulnerabilità climatica costringe il settore a rivedere le priorità: non solo metri quadri costruiti, ma edifici capaci di rispondere a eventi meteorici estremi, a carichi termici anomali e a stress idraulici crescenti.
In questo scenario, il concetto di “città spugna” non è l’unica risposta tecnica sul tavolo. Si ragiona su misure integrate che combinano inerbimento diffuso, permeabilità dei suoli, reti di drenaggio urbano e sistemi costruttivi adattivi. I materiali, le tecnologie di giunzione e le soluzioni fondazionali vengono ripensati per ridurre la vulnerabilità sismica e idrogeologica, mentre i software di modellazione urbana iniziano a integrare scenari climatici dinamici nei piani regolatori.